Abluzione di una mente insoddisfatta
Nella sola ottica di una riabilitazione definitiva, ogni mio pensiero sarà oggetto di un bagno purificatorio
Ho scritto tutto ciò per noia. Essenzialmente per noia. Avevo sì dei pensieri per la testa, ma l’aver dato loro una forma, penso possa esser ricondotto al fatto che cercassi di interrompere in qualche modo la monotonia delle mie giornate. Non credo però che questa mia affermazione, pur nella sua apparente perentorietà, possa in qualche modo svilire il mio operato. Tutto, in fondo, viene fatto soltanto perché si è profondamente annoiati, quindi non vi è una valenza di per sé negativa nella motivazione che mi ha sospinto. La negatività sta, piuttosto, nel come non si fanno le cose, qualunque esse siano. Non è quindi la noia a poter inficiare il contenuto delle parole. La bellezza della mia patetica impresa risiede proprio nella circostanza che il suo contenuto ha la capacità di svilirsi da sé. Nasce svilito proprio a cominciare dal fatto che è nato, mentre avrebbe potuto tranquillamente fare mille altre cose. Cresce svilendosi ancor di più trovando una dimensione, per quanto vaga, nella sua crescita. Muore, infine, irrimediabilmente svilito riconoscendosi, e prendendo così coscienza di sé, nella sua morte. Ed in tal senso non ha certo alcun bisogno della mia noia che, al più, ha contribuito a rendere il tutto meno noioso. Almeno lo spero. Io non so spiegare come debbano essere lette le Dichiarazioni d’intenti. Di primo acchito direi che sono solo un gioco, tra l’altro neanche troppo divertente. Se però ci penso meglio, mi viene il dubbio che siano, invero, la cosa più seria che io abbia mai fatto. Ma un gioco può essere serio senza per questo perdere il suo esser giocoso? Non cessa in tal modo di esser gioco? Che forse non siano dunque quel divertimento con cui originariamente pensavo di divertimi tanto? Allora mi chiedo cosa siano, o più propriamente cosa siano diventate, senza che io me ne accorgessi… La sola cosa che so è che le Dichiarazioni non sono io. Tuttavia questa mia certezza perde importanza dietro al fatto che ignoro nel modo più assoluto cosa io sono. Alla luce di questa mia consapevolezza, le Dichiarazioni sono io. O meglio, modellando io diventano io. Scrivendo le Dichiarazioni io sono diventato nient’altro che le Dichiarazioni. Leggetele, leggetemi dunque, se avete voglia di conoscermi. O se non ne avete voglia, visto che sono certo, per lo meno lo ero, di essere quanto di più lontano esista dalle Dichiarazioni. E se invece le avete già lette, piacere di avervi conosciuto.
Nihil sub sole novum.
X DICHIARAZIONE D’INTENTI
Evasi una volta per tutte dalla casa di Pietro,
ci ritroveremo rinchiusi in una cella ben più angusta
prigionieri di un nulla che apparirà infinito.
La nostra identità si smarrirà in quel profondo buio
e ci differenzieremo soltanto per mancanza di qualità.
Le nostre capacità resteranno intrappolate in quella palude acquitrinosa,
e svanirà quindi qualunque possibilità di utilizzarle.
L’intransigenza di cui un tempo ci vantavamo
genererà scarsa adattabilità ad una ambiente tanto ostile,
e la predisposizione culturale di cui rimarremo schiavi
renderà la nostra personalità rigida. Indeformabile.
Il nostro sistema si farà così delirante
e le reazioni che avremo diverranno socialmente inaccettabili.
L’esistenza tutta ci darà un senso di nausea e disgusto
e ci sacrificheremo pertanto ad una intorpidita accidia.
Ma portando la nostra noia sino all’estremo,
ci scaveremo dentro fino ad ottenere uno svuotamento totale.
E un vuoto abissale come quello raggiunto
avrà il merito di generare ricettività.
Un sogno rivelatore costruito con perfetta logica e lucidità
ci trasformerà allora in soggetti particolarmente reattivi,
solo che non trarremo ancora alcun beneficio
da questa perdita di contatto con la realtà.
Anzi, mentre giorno dopo giorno la nostra vita si accorcerà,
il tempo si farà incredibilmente lungo da sopportare
e l’universo tutto non potrà far altro che appiattirsi su se stesso.
Cercheremo di riempire il nostro io di un qualunque contenuto,
purtroppo però, non trovandolo in noi stessi,
non ci accontenteremo di mere compensazioni. Di surrogati.
Non riusciremo ad ingannare il nostro anelito alla gioia
ed avremo davvero bisogno della felicità per non esser tristi.
In tal senso le nostre forze fisiche, intellettuali e morali
saranno impiegate in modo orribilmente superiore
a quello di norma necessario per raggiungere lo scopo.
In questo modo otterremo un numero infinito di scelte.
Avendo tuttavia di fronte illimitate possibilità di scelta,
non daremo più di tanto significato a nessuna di esse.
E quando realizzeremo che proprio non potremo
rivivere il nostro passato,
saremo terrorizzati perché purtroppo avremo il timore
di non avere neanche un futuro.
Non potremo che consolarci con la sola certezza del presente.
L’unica cosa che avremo. L’ultima.
E ogni tanto nel presente le cose avranno un significato.
Per lo meno ne avranno la parvenza.
Brevi attimi di speranza allora sembreranno darci fiducia. Ridarci fiducia.
In quel momento cambiamenti del nostro stato d’animo
faranno scaturire cambiamenti del mondo.
In quel preciso attimo saremo felici. O meglio torneremo ad esserlo.
Dato però che l’esistenza consisterà di tempo e non di attimi,
le cose perderanno presto il loro significato.
Comunque tutto, per quanto lo stesso significativo, verrà avvolto
dalla stessa indifferenza con cui prima vedevamo le cose.
La nostra felicità sarà quindi soltanto istantanea,
si caratterizzerà piuttosto in negativo, vale a dire come mancanza di felicità.
In sostanza la nostra felicità durerà un attimo.
E tra un attimo e l’altro di felicità
passeremo la vita a ricordare quanto eravamo felici
quando al nostro fianco c’era Lei.
Mai il nero avrebbe creduto di poter diventare tanto nero.
IX DICHIARAZIONE D’INTENTI
Dopo aver danzato durante i riti orgiastici
privi di qualunque freno inibitorio,
angosciati come mai avremmo creduto di poter divenire,
ci troveremo sperduti in terreni malsani.
Nel tentativo di uscirne il movimento si farà vorticoso,
ma più sarà forte il modo in cui ricercheremo il nostro piacere
e più diverrà elusivo il modo in cui ritroveremo il nostro appagamento.
La necessità di ciò che manca ed è indispensabile
ci farà sprofondare sempre più,
fino a restare senza rimedio annichiliti.
Anticipando qualunque sentenza di condanna,
un insopportabile senso di scoraggiamento
ci porterà a colpevolizzare tutti senza una ragione precisa.
Nessun luogo ci risulterà più appropriato
e la nostra estraneità da cose e persone considerate nel loro insieme
ci renderà inconsolabilmente incapaci di comprendere.
Impossibilitati di comprendere.
Sconfortati per aver smarrito la speranza,
rivolgeremo allora la nostra attenzione ad un pluralità di cose
con il risultato di non portarne a termine nessuna
nonostante lo strenuo impegno che ci metteremo.
A dispetto delle approfondite cognizioni in nostro possesso,
ci allontaneremo dall’argomento principale del discorso
per svilupparne unicamente aspetti marginali.
Avremo sì impiegato al massimo le nostre possibilità,
ma la deviazione dalla norma resterà lo stesso irrimediabile
ed un eventuale allineamento impensabile.
Il presentimento di qualcosa che potrebbe accadere
purtroppo esisterà solo in potenza e difficilmente verrà posto in atto.
Aberranti percezioni ci condurranno allora in situazioni di ristrettezza,
e gli stenti estremi cui dovremo far fronte
ci renderanno totalmente indigenti.
I sorrisi si faranno così frutto di pura e semplice costrizione
ed il nostro atteggiamento interiore diverrà serio e grave.
Vittime di un trattamento crudelmente repressivo,
il nostro tono cesserà di essere appassionato.
Le irregolarità smetteranno per sempre di essere eccezione
e le contraddizioni diverranno incompatibilità insolubili.
In questa prolungata anomalia ci muoveremo con fare sinuoso
arrivando ad annientare il senso di qualunque significante.
Ma tanto ci colpiranno alle spalle rendendo inutili le nostre abilità,
e, per quanto umili, ci imporranno di liberarci delle nostre vesti.
In quel momento, dunque, niente più sarà in nostro possesso.
Assolutamente niente!
Soprattutto non sarà più di nostro domino
la possibilità di cambiare le cose.
Tutto ad un tratto inizierà ad insinuarsi in noi
il dubbio che le cose proprio non possano cambiare.
Capiremo che il nostro destino sarà determinato
soltanto dal nostro carattere.
La nostra malinconia fisserà i limiti del nostro fallimento.
Inevitabilmente non potremo far altro che illuminarci
su come presto tutto quanto si porterà a compimento.
Non ci sarà però stupore né meraviglia. Tutt’altro!
Sapremo alla perfezione come andrà a finire
per il semplice fatto che sarà già finito.
Tutto davvero finì nel momento in cui Lei ci disse che era finita.
Semplicemente, persi come eravamo nella contemplazione estatica,
non ce ne eravamo ancora accorti.
L'abate di Dinocourt amava il silenzio. Per questo quando fu divorato da sei corvi non gridò. Si limitò a recitare la:
VIII DICHIARAZIONE D’INTENTI
Mentre saremo tacitamente impegnati
a ripulire i nostri padiglioni d’oro,
eviteremo il rischio di dissolverci attraverso le parole
e qualunque nostro comportamento verrà sancito dal silenzio.
Fulgidi astri erranti che vagheranno in cielo però,
cattureranno per un attimo la nostra attenzione
e la reazione riflessa,
provocata tanto dalla pura sensibilità quanto da concetti ed idee,
ci farà aspirare al possesso di quel qualcosa di cui mancheremo.
Incuranti della nostra predisposizione caratteriale,
ci dimostreremo coraggiosamente ostinati nella lotta
e con strenuo impegno non demorderemo di fronte a nulla.
Avremo timore soltanto di un ineluttabile mutamento in peggio.
Dedicheremo per questo le nostre anime a Tho Cong,
divinità che protegge da belve e serpenti,
e scriveremo lettere di cui perderemo immediatamente la memoria.
Una determinazione degli eventi,
alla cruda apparenza prestabilita ed ineluttabile,
ci condurrà da generosi despoti a reclamare il giusto.
Smarriti in un’antica scrittura dalle forme rigide ed angolose,
saranno irrimediabilmente storditi dal nostro descrittivismo.
L’identificazione minuta dei particolari cui avremo fatto ricorso,
arriverà a giustificare il moto degli accadimenti
sino ad una piena e completa realizzazione dei nostri desideri.
Tendenze coscienti distinte dal bisogno e dalla volontà
si intersecheranno con le nozioni oggetto della nostra fede,
e sui nostri volti si dipingeranno forti passioni
che renderanno inutile ogni ulteriore discorso.
Ma senza che vi sia una ragione anteriore a qualunque cosa collegata,
ci si parerà innanzi una desertificazione assoluta del tutto,
e verremo cacciati da quello che non è un sistema puramente geometrico.
Un ardente manicheismo ci costringerà allora in uno stato di forte precarietà.
Un senso di vuoto ci destabilizzerà come non mai
e nel frattempo tutti gli avamposti crolleranno.
La negazione di quanto ritenuto necessario
verrà inevitabilmente percepita come privazione di quanto dovuto.
Per ritrovare un equilibrio ormai smarrito
non potremo aggrapparci a nessuna potenza superiore
ed in quel momento patologiche paure,
indotte da un nostro venir meno sempre più claustrofobico,
ci angosceranno fino a farci ripudiare la genuinità del fato.
In totale disaccordo con l’ordinamento morale del mondo,
ci ribelleremo dunque a quello che si rivelerà un potere ferreo e crudele,
e ci recheremo da chi presiede al corso della vita.
Durante il tragitto ci ricorderemo di saper generare miracoli
e pertanto restituiremo la vista ai ciechi.
L’ingegnosità dimostrata nel raggiungere il nostro fine,
indurrà Cloto a smettere di filare, Lachesi di misurare, Atropo di recidere.
Piangendo inessicabili lacrime, le tre Moire ascolteranno la storia
che racconteremo con intangibile spregiudicatezza e,
essendoci grate per poter vedere di nuovo,
una volta per tutte prenderanno l’ardimentosa decisione
di schierarsi dalla nostra parte.
Ripudieranno con coraggio la Notte e l’Erebo,
e ristabiliranno armonia e proporzione nelle nostre vite.
Torneremo così ad esser folgorati da una stordente sensazione di bellezza.
Quella stessa sensazione che vivevamo
quando Lei ci sorrideva.
Era l'ora dell'offerta serale. Parlavo e pregavo, quando Gabriele volò veloce verso di me e disse:
VII DICHIARAZIONE D’INTENTI
Da troppo tempo abbandonati in un disperato quietismo,
arriverà il giorno in cui saremo stanchi di vegetare nelle fondamenta.
Per esser stati privati, a lungo e con crudeltà,
di una qualunque luce ristoratrice,
gli occhi cominceranno a dolere senza indulgenza alcuna.
Contrazioni spastiche ci tortureranno crudelmente
al solo fine di mostrarci una coscienza fattasi troppo rilassata.
Ci diverrà per questo chiaro che, per non averlo potuto fare,
avremo rifiutato di vedere il nostro bene,
arrivando così a non farlo.
Allora la nostra scarsa socialità cesserà di costituire
la manifestazione patologica del nostro egocentrismo.
Da candido elemento decorativo che era,
l’astrattezza dei nostri principi si rivelerà un intrico di strade
capricciosamente disposto per renderci difficoltoso l’orizzontarsi.
Il fallimento del pensare avrà come sua evoluzione,
unica quanto naturale,
il pieno affermarsi in ogni dove dell’azione.
Da quel momento in poi l’unica realtà sussisterà quindi negli eventi.
Consci del fatto che la nostra vita non varrà nulla,
per poterle dare un senso e legarci così ad essa,
prenderemo l’atroce decisione di uscire dalla miseria.
Con uno sforzo grandioso, ritorneremo al centro dell’universo
e saremo violentemente investiti
da una luce simile a quella che circondò Cristo sul monte Tabor.
Poi ci commuoveremo sino all’inverosimile per averlo fatto.
In relazione a ciò, sentiremo il bisogno di versar meste lacrime,
solo che sembrerà esser divenuta la cosa più difficile da fare
e noi avremo purtroppo smarrito il ricordo di come si fa.
Capiremo che non ci sarà più consentito nasconderci dietro a qualcosa.
Tanto più ad un qualcosa a priori.
Abbandonata senza rimorsi la condizione di segregazione volontaria,
torneremo a sottoporre il nostro agire
alla verifica del consenso o del dissenso altrui.
Tuttavia, senza che il nemico se ne sia reso conto,
in precedenza avremo allentato il rigore delle leggi morali.
Atti realmente proibiti, dunque, non saranno più tali.
Non si sarà però trattato di eccessiva indulgenza da parte nostra,
ma solo di una profonda suggestione
per riacquistare il potere che avevamo smarrito.
A quel punto il valore di ogni nostro gesto
sarà dato soltanto dal senso che sceglieremo di attribuirgli.
La nostra prima opera si sostanzierà nell’uccisione
di quei monaci che praticheranno l’ascesi
mediante un’incessante invocazione del nome di Gesù.
Frantumeremo la loro unione diretta con Dio
impedendogli di guardarsi fissamente l’ombelico.
Per farlo, saremo costretti a tagliar loro la testa
ed il sangue che vedremo sgorgare avrà il merito di ricordarci del pianto.
Per lavare le strade, pioverà talmente forte
che non potranno più vedere le nostre lacrime
ed allora niente più potrà esserci impedito. Niente!
L’unica cosa che ancora non saremo in grado di fare, resterà,
e lo resterà per sempre,
scordarci come Lei pronunciava il nostro nome.
Mentre Betsabea parlava con il re Davide, arrivò il profeta Natan. Fu annunziato al re e disse:
VI DICHIARAZIONE D’INTENTI
Seduti al tavolo dei vincitori a pianificare future vittorie,
per un attimo deporremo tutte le nostre armi
e sogneremo di poter finalmente tornare alla caccia ed alla pesca.
Le cinture tuttavia saranno sempre appese ai nostri fianchi
e le lanterne continueranno a restare accese.
Con fare ieratico osserveremo vecchi stracci penzolare fuori dai balconi,
ed il triste presentimento di un’inevitabile catastrofe
si fonderà alla perfezione con la nostra sete di vendetta.
Nel tentativo di spodestarci, arriveranno innumerevoli eserciti,
ciascuno con le proprie peculiarità.
Ma una eccessiva specializzazione dei compiti comporterà debolezza.
Li porterà dunque alla perdita della forza.
Le nostre milizie, invece, saranno merito esclusivo dell’orgoglio umano.
Attingeremo allora con solennità da tutto lo scibile
per rendere sfavillante il nostro sermone.
Il ragionato effetto di terrore che ne scaturirà sarà devastante.
In tal senso sfrutteremo meglio di chiunque altro la nostra onniscienza.
Già sapremo che per dimostrarci la sua fedeltà,
Abramo sarebbe disposto ad uccidere barbaramente suo figlio.
Non avremo pertanto alcun bisogno di metterlo alla prova
trasformandolo in un assassino mancato.
Doneremo così al mondo l’esenzione dal senso di colpa.
Concederemo inoltre ad Isacco il lusso di pensare
che suo padre non sarebbe stato pronto ad ucciderlo,
salvo essere fermato all’ultimo da un angelo qualsiasi.
Di conseguenza toglieremo al nemico quel poco di potere che avrà,
ma se ne dimenticherà in fretta
perché glielo riconsegneremo subito.
Non capiranno mai che il vero potere consiste
nell’essere sempre in grado di togliere potere a chi lo possiede.
In questo modo vivranno le loro vite soltanto di luce riflessa.
E quando ci vedranno arrivare portando in dono giare colme di doni,
ci crederanno infinitamente buoni e perciò si fideranno di noi.
Non si renderanno conto di essere divenuti
i servi che aspettano svegli il ritorno del padrone,
per aprirgli la porta nel cuore della notte.
In realtà, proprio per aver desiderato i primi posti nei conviti,
coloro che poi sfoggeranno appariscenti vesti
e avranno piacere ad essere salutati nelle piazze,
saranno quelli che riceveranno la condanna più tremenda.
A tal punto potremo permetterci di comportarci con indistinta severità,
ed il riflesso laico della nostra analisi morale dei peccatori
genererà terrore assoluto tra i ribelli di Dio.
Terrore come naturale e diretta manifestazione
dell’antagonismo stesso che ci separa da Dio.
Che sempre più ci allontana da Dio.
Giorno dopo giorno il nostro desiderio di conquista
andrà di pari passo con la volontà di potenza.
Tetri lapidi e suoni gutturali testimonieranno
che la nostra brama di distruggere coinciderà con quella di dominare.
Di possedere quanto più possibile da qui ai confini della terra.
Perché solo quando le terre che conquisteremo saranno illimitate,
solo allora, forse,
l’opprimente peso del fallimento diverrà meno schiacciante.
Non vi era nulla di importante. Nulla, nulla, nulla! Tantomeno la...
V DICHIARAZIONE D’INTENTI
Faticosamente giunti a metà del nostro interminabile tragitto,
dopo aver strisciato nei fetidi meandri della nostra mente,
ci renderemo conto di non esserci mai mossi dal punto di partenza.
La catena non si sarà spezzata
e non saremo mai usciti dalla grotta.
La conseguente presa di coscienza sarà spiazzante. Devastante.
Avremo perso parte della cripticità che ci contraddistingueva,
anche se in compenso saremo stati scaltri nell’usare il dolore degli altri
come succursale del nostro.
Nel corso dei secoli avremo dato forma a sostanze informi,
ed avremo anche sostanziato forme senza sostanza alcuna.
Avremo fatto tutto questo e, perfino, molto di più.
Ma la nostra opera continuerà a restare
l’artefatta manifestazione di una cultura che non possediamo
e che neppure ci interessa acquisire.
A quel punto non potremo far altro che prendere tempo.
Per farlo creeremo il panico
e saremo costretti ad abbandonare i monasteri in cui vivevamo.
Monasteri che purtroppo saranno divorati dalla loro stessa bellezza.
Lasceremo cadere le anfore colme d’acqua e dolore che trasportavamo
e daremo vita al caos.
Ogni cosa verrà bruciata ma non ci sarà nessuna amnistia.
Nessuna pietà per il nemico.
Nel calore delle fiamme la dimensione del nostro compito,
illimitata al momento della sua genesi,
potrà anche incorrere nel rischio di vedersi sfumare piano piano
fino a smarrire del tutto la propria fisionomia.
Allora noi saremo astuti nel renderla altro.
Nel trasformarla in tutt’altro.
Da buoni predicatori del niente che saremo divenuti,
metteremo in relazione alla morale comune il suo esatto opposto.
Opposto senza cui niente può esistere:
freddo-caldo, vuoto-pieno, bianco-nero.
Ciò che è, infatti, lo è solo perché vi è qualcosa che non-è.
E una volta che saranno agganciati saldamente,
si amalgameranno fino a divenire un tutt’uno.
Come ci era agevole affermare qualcosa,
in quel momento grazie alla nostra dialettica
lo sarà altrettanto sostenere l’esatto contrario.
Forse il nostro esercito ne uscirà stordito,
ma impiegherà un niente ad abbandonare i campi
per impugnare nuovamente le armi:
insieme al carattere ed alla rabbia,
tornerà anche la sua esperienza interiore.
Il nostro esercito attingerà dai propri ideali passati
ma solo per superarli,
e diventerà superiore grazie alla costanza della propria forza.
Il nostro esercito tenderà i suoi archi e rinascerà. Risorgerà.
Durante l’armistizio avrà accumulato energie e risparmiato forze,
e dunque sarà ancora più forte di un tempo.
Agli occhi del nemico sarà parso che per un attimo ci siamo fermati,
e all’apparenza potremo addirittura aver fatto qualche passo indietro.
Si sarà trattato invero soltanto di una boccata d’aria
per prendere la rincorsa e ripartire con ancora più impeto di prima.
In realtà la lotta non si sarà mai interrotta.
Si suonino i tamburi perché la lotta non si fermerà mai.
Mai!
Nella vallata, vi era un giovane muto che andava in giro a cantare la...
IV DICHIARAZIONE D’INTENTI
Smarriti nel desolato crocevia dell’umanità,
disumanamente rappresentato da incorporee presenze,
offuscheremo il nostro agire per mezzo di malinconiche nebbie.
Grazie ad esse quindi, diverremo invisibili ai ciechi occhi della moltitudine.
Passando attraverso il compiuto rifiuto del proprio io,
fagocitato in questo annebbiato niente travestito da tutto,
raggiungeremo finalmente la negazione del sé.
E quando tutti gli specchi saranno rotti una volta per tutte,
sostituiremo immagini divenute ormai inutili, con l’immaginazione.
Saremo i silenziosi spettatori della ciclicità delle stagioni.
Il nostro isolamento si farà ermetico. Eremitico.
Osserveremo ogni cosa ripetersi con fare ossessivo.
Con fare sempre più ossessivo.
Galleggiando in questa posizione privilegiata,
a discapito dell’umana necessità di restare vincolata a sé
ed alle sue pleonastiche necessità,
inizieremo a muoverci per ottenere un cambiamento.
E puntualmente lo avremo.
Attraverso infinite genealogie, osserveremo le cose mutare,
e la nostra sete verrà soddisfatta.
Solo che poi ne vorremo ancora. E ancora.
Non ci basterà costruire nuove strade, ponti o edifici.
La trasformazione di cui necessiteremo si farà radicale. Totale.
Le cose cambieranno talmente tanto
da tornare perfettamente uguali a se stesse.
Nessuno si accorgerà mai dell’alterazione avvenuta,
ma in compenso avremo avuto ciò che volevamo.
Il cambiamento.
Porremo così l’irrazionalità alla base di ogni nostra scelta,
soprattutto di quelle irrazionali.
A maggior ragione di quelle irrazionali.
Ma napoleonici rimandi ad imprevedibili sconfitte,
ci insegneranno a rialzarci ancor prima di essere caduti.
Edulcorati in tal modo, quando cascheremo per terra,
ci ritroveremo ad essere già in piedi.
Beati in questo paradosso temporale,
non ci preoccuperemo della precarietà dei nostri ragionamenti.
Per confondere le acquee il più possibile,
dissemineremo senza sosta il nostro percorso di Bibbie
e concederemo indulgenze ai peccatori in cambio dei loro servigi.
Edificheremo quei fedeli che verranno a pregarci
scambiando il nostro abito nero per un saio
e la nostra magrezza per santità.
Eleveremo le loro anime, le loro coscienze,
e in questo modo le nostre parole costituiranno i loro dogmi.
Senza che abbiano la possibilità di accorgersene,
li useremo per conseguire il nostro fine solo ed ultimo.
Atteggiamento simoniaco il nostro,
tuttavia i miracoli che di continuo proporremo
annulleranno il pericolo di scomunica.
Quando verranno da noi affamati e timorosi,
gli regaleremo i nostri avanzi
affinché credano che i loro miseri sogni possono divenire reali.
E quando saranno inginocchiati per ringraziarci,
saliremo sulle loro schiene per scalare le sfere celesti.
Nessuno potrà arrestare la nostra processione. Nessuno.
Presto la convinzione di Dio di non poter essere spodestato dal trono
diverrà, purtroppo per lui,
un atto di pura e semplice presunzione.
Pioveva, faceva freddo ed io ero nudo. Lo stesso, udii queste parole:
III DICHIARAZIONE D'INTENTI
Dopo aver reso il nemico completamente inoffensivo,
ci ritroveremo ad essere ineluttabilmente minacciati dai nostri pensieri.
Accadimento questo, certo quanto il pensare stesso.
Così non potremo far altro che pensare a come schiacciare di rimando
ciò che ostacolerà il nostro cammino.
Ci accorgeremo allora che la maggioranza delle idiosincrasie
che ci separano dal mondo,
non saranno in alcun modo superabili.
Incompatibilità assolute tra noi e noi stessi, dunque,
ci porteranno finalmente ad una presa di coscienza del tutto.
Una presa di coscienza seria e risoluta.
Ci limiteremo pertanto ad una mera simulazione dell’esser convinti.
Saremo costretti a fingerci in perfetto accordo
con ciò che esporremo durante il nostro proselitismo.
Da questa vincolata condizione,
stantia nella bieca accettazione della sua propria situazione,
l’unica via di fuga in nostro possesso
sarà costituita da un violento atto apostatico.
Un rifiuto totale ed eterno
di tutto quello che ci ha condotti sino a questo punto.
Senza neanche accorgercene,
l’impressione di esser stati spersonalizzati
passerà da una dimensione prettamente soggettiva
ad una schizofreneticamente oggettiva.
Disanimazione e disincarnazione
modificheranno la nostra personalità
inibendoci qualunque tipo di processo affettivo.
Grazie a questa ibernazione sentimentale,
ci trasformeremo da valorosi soldati
in soldati a dir poco perfetti.
Pretoriani sgravati dall’invisibile giogo delle emozioni.
Nemici delle opinioni e delle convinzioni radicate nella società
attaccheremo con inaudita brutalità chiunque,
più o meno inconsapevolmente,
sia tanto presuntuoso da ostacolare la nostra dedizione totale alla causa.
In questo modo, la silenziosa diffusione delle nostre nuove idee
si farà atto propagandistico prima
ed in seguito apostolato vero e proprio.
L’inattaccabile blocco emozionale che ci farà da scudo
sarà messo in discussione soltanto quando deporremo le armi,
vale a dire durante la fase onirica.
Saremo purtroppo attaccati dai nostri sogni.
Sogni. Pensieri incontrollabili di un non-io addormentato.
Cercheranno di farci emozionare nuovamente
e resistere sarà incredibilmente difficile.
Strascichi di visioni si confonderanno con avanzi di desideri,
rischiando di conseguenza di confonderci.
Nel perdurare della battaglia non avremo altri mezzi
se non la negazione di quanto avvenuto. Di quanto sognato.
Rifiuteremo ogni possibilità di tornare sui nostri passi,
riconoscendola per quello che è in realtà. Un abbaglio. Un miraggio.
Baratteremo il passato per un tozzo di pane o poco più,
guadagnandoci nell’apparente insensatezza della cosa.
Intanto, diventeremo onnipotenti
senza però che un qualunquistico delirio di onnipotenza
ci faccia perdere di vista il nostro obiettivo.
L’umanità tutta non avrà nessuna possibilità
di salvarsi dalla gloriosa cavalcata del nostro esercito
nemmeno se Dio in persona,
o chiunque sia tanto coraggioso da farne le veci,
fosse tanto temerario da schierarsi dalla sua parte.
Ormai era troppo tardi per tornare indietro. Mi veniva da vomitare, per fortuna lessi la...
II DICHIARAZIONE D’INTENTI
Come disse Sun Zi, siamo in grado di assicurare la nostra invincibilità
ma non anche la battibilità del nemico.
In questa ottica parleremo a voce sempre più bassa
e le parole si faranno a stento udibili.
La scambieranno per debolezza,
e pertanto ci considereranno deboli,
ma di contro presteranno maggiore attenzione ai nostri discorsi.
In questo modo saremo lo stesso ascoltati,
senza però nessuno spreco di energie.
Le nostre parole avranno su di loro lo stesso effetto,
forse addirittura più dirompente,
ed alla fine il nostro sforzo sarà ridotto al minimo.
Senza affaticarci otterremo pertanto il massimo grado di compartecipazione.
Senza accorgersene, invece,
loro saranno sfiancati dalla concentrazione che di continuo dovranno prestare.
In quel momento cominceremo a preparare il campo per la vittoria.
Esporremo senza sosta i nostri concetti.
Concetti. Sedimentazioni di pre-concetti.
Pre-concetti. Mistificazioni di verità.
Verità. Alterazioni di modelli.
Gli faremo allora credere veri i modelli che quotidianamente gli proporremo.
La verità corrisponderà a ciò che noi vorremo far credere loro.
La verità gli sembrerà dunque assoluta, ma in realtà sarà soltanto la nostra parola.
Con la voce sempre più smorzata li imbottiremo di certezze
grazie alle quali saranno convinti di poter risolvere ogni problema.
Saranno storditi dallo sforzo immane cui faranno fronte
al punto di convincersi a proposito della loro invincibilità.
Commetteranno l’errore ultimo di pensarsi davvero imbattibili,
ed allora avremo la meglio!
Ma non ci lasceremo ingolosire dalla ricchezza,
anzi camufferemo il nostro imminente trionfo
rubando loro gli abiti degli sconfitti
che diverranno il nostro fido travestimento.
Nel frattempo li lasceremo liberi di divertirsi.
Giorno e notte festeggeranno per mesi, forse addirittura per anni.
Saranno ebbri per una vittoria mai ottenuta,
saranno gonfi di una vanagloria tanto vacua quanto deleteria.
Infine verrà il giorno in cui torneremo in città
e saremo seduti davanti di fronte alle loro dimore.
Non ci riconosceranno mai. In fondo eravamo morti.
Verremo guardati di sottecchi
ma non ce ne andremo per nessuna ragione al mondo.
Nemmeno se venissero a chiedercelo. O a comandarcelo.
Potranno offenderci. Potranno anche minacciarci. Potranno addirittura malmenarci.
Ma non ci muoveremo da lì.
Arriveranno al punto di doverci uccidere per spostarci.
Solo che poi saranno i nostri cadaveri ad imputridire quei bellissimi giardini.
Penseranno che basterà rimuoverli per liberarsi definitivamente di noi.
Illusi.
Per toglier di mezzo quel che resterà di noi, le loro pale non basteranno mai.
Non abbandoneremo mai il terreno della battaglia.
Si renderanno conto della vacuità del loro agire
nell’attimo in cui saranno sicuri di aver vinto ancora.
Perché dopo festeggiamenti sempre uguali a se stessi,
ci vedranno arrivare di nuovo da una strada secondaria.
Gli rovineremo la festa, solo per poi farli festeggiare di nuovo.
Non arriveranno a comprendere che il nostro potere sarà infinito!
Saremo i padroni delle loro gioie e dei loro dolori. Delle loro vite, insomma.
Saremo gli unici padroni di ogni singolo istante che,
esclusivamente per il nostro sollazzo,
decideremo di lasciargli vivere!
E venne il giorno in cui l'utero si fece troppo stretto e così, se non volevo morire soffocato, fui costretto ad uscire.
I DICHIARAZIONE D’INTENTI
L’assolutizzazione di qualsivoglia concetto
equivale ad una mera generalizzazione dello stesso.
E il generalizzare è dannoso esattamente
come il negare una possibilità in modo assoluto.
Quello che abbiamo in mano sono dunque probabilità, più o meno possibili.
Il nostro potere sarà pertanto datoci dal concedere l’illusione
che ciò che uno crede, ciò che uno vuole, sia possibile. Anzi, probabile.
A noi resterà invece il mare sconfinato costituito da tutte le altre possibilità.
C’è la possibilità di perdere qualche battaglia, certo.
Ma molto probabilmente le vinceremo.
Di sicuro ne vinceremo la stragrande maggioranza.
Principio base in molti campi questo. In quello assicurativo, per esempio.
Venderemo a tutti delle certezze. Almeno così sembrerà loro.
In realtà compreranno abbagli.
Penseranno di pagarle poco, in quanto certezze.
Guadagneremo tantissimo, invero, essendo solo illusioni travestite.
Fumo al posto di oro. Fumo dorato sì, ma pur sempre fumo.
Il bello è che non se ne accorgeranno mai
proprio in quanto accecati dal fumo stesso.
Questa è la nostra forza. Questo è il nostro potere.
Gli regaleremo tutti i nostri soldi,
ma quando andranno a spenderli le banconote saranno già fuori corso.
Ci faremo prendere a pugni, ma saranno le loro nocche a scalfirsi.
Li faremo arrivare sempre per primi, ma i beati saranno gli ultimi.
Gli permetteremo di crederci i loro servi e servi, quindi, ci faremo chiamare.
Un piccolo scotto per essere i loro padroni. Niente di più
Si sollazzeranno con le parole che regaleremo. Che getteremo dalla finestra.
Non avranno altro.
La nostra sarà unicamente una piccola concessione. Un gentile omaggio.
Il solo ostacolo che si può frapporre tra noi e la vittoria, è la fretta di vincere.
Ma noi distruggeremo l’ansia
prima di cadere vittime dell’ansia di distruzione.
Ci serviremo di scimmie ammaestrate per farlo.
Migliaia di stupide scimmie si troveranno a scannarsi per una banana o poco più.
Quelle stesse banane che ora marciscono nei nostri capanni.
Nel frattempo noi ci taglieremo i capelli a zero e ci ricopriremo di vecchi stracci.
Con questa nuova non-identità, saremo pressoché liberi di frequentare
sia vecchie stazioni abbandonate che lussuosi ricevimenti.
Il rischio insito nella nostra missione è pressoché nullo.
Nella peggiore delle ipotesi verremo sconfitti.
Sconfitta. Concetto sopravvalutato. Obsoleto.
Perché tanto non si accorgeranno di aver vinto
mancandogli la cognizione della vittoria.
Ed allora avremo tutto il tempo di rialzarci e di sconfiggerli. Di vincere.
Nell’ottica della vittoria finale,
piano piano elimineremo il superfluo dalle nostre vite.
Inizieremo col cibo. Passeremo all’acqua. Finiremo con l’aria.
Non avremo più bisogno di alcunché.
Solo l’indispensabile. Vale a dire, potere.
E ne avremo così tanto da rischiare di morirne soffocati.
Ma tanto avremo eliminato il bisogno di respirare, quindi non periremo.
Ne accumuleremo un livello prima impensabile.
Colmeremo ogni cosa col nostro potere.
Questo sarà il nostro unico scopo. Riempire ogni buco esistente di potere.
Qualunque cosa per evitare che quello che si annida nel buco esca.
Qualunque cosa per evitare che quello che si annida nel buco prenda il sopravvento.
Qualunque cosa per evitare che quello che si annida nel buco ci divori.
Qualunque cosa per evitare che il nemico ci sconfigga.
Il nemico… la tristezza.
Già, sconfiggeremo la tristezza col nostro potere.